domenica 23 maggio 2010

Vite parallele che s'incontrano all'infinito


La fine. Ed il principio. 

Si è conclusa una delle pagine più importanti della storia televisiva recente. Lost ha trovato il suo epilogo, i protagonisti hanno compiuto il loro percorso e l'isola ha incontrato il suo destino finale. 

Sei anni, sei stagioni di misteri e battaglie per la supremazia, tra defunti che si aggirano come fantasmi nella giungla, un feroce fumo nero che sbuca ruggendo dalla vegetazione per uccidere i malcapitati di turno, misteriose botole che danno accesso ad ancor più criptiche installazioni, sequenze di numeri da decifrare, rottami di galeoni, templi ancestrali e statue giganti. 

Ma più di tutto questo, più del grande enigma costituito dall'isola, sono stati i personaggi a fare Lost. Uomini e donne perduti, ad un bivio cruciale della loro esistenza, i superstiti del volo Oceanic 815, strappati dalla loro quotidianità infelice e scaraventati fuori dal tempo e dallo spazio. 

C'è Jack, il nostro eroe, il chirurgo ossessionato dal ricordo del padre e dall'idea di salvare il mondo; Sawyer, truffatore in cerca di vendetta; Kate, la bella fuggitiva; John Locke, la cui impietosa condizione di paraplegico non scalfisce un'incrollabile fede nel destino; Sayid, torturatore iracheno; Jin e Sun, coppia coreana di opposta estrazione sociale che affronta la propria crisi coniugale in un continuo rincorrersi; Hurley, un gigante di bontà; Claire, incinta di un bambino da dare in adozione; e poi quelli che abbiamo perso per strada come Boone e Shannon, fratellastri innamorati; il difficile rapporto padre-figlio di Michael e Walt; Charlie, musicista tossico; altri ancora che abbiamo incontrato durante il tragitto e che sono diventati fondamentali, innanzitutto Ben, abilissimo doppiogiochista a capo degli "altri", ossia gli scienziati del progetto Dharma finalizzato allo studio dell'isola; tra di loro la malinconica dottorossa Juliet; il loro nemico Charles Widmore, industriale disposto a scatenare una guerra pur di sovrastarli; Desmond, l'amicone eremita che desidera solo tornare dalla sua Penny; l'immortale Richard; e non dimentichiamo quelli che sono transitati forse troppo rapidamente come l'ex-poliziotta Ana Lucia, il prete nigeriano Mr. Eko o il giovane e geniale scienziato Daniel Faraday. 

Sono stati tutti loro a trascinare il pubblico tra episodi assolutamente rutilanti, esaltanti e ricchi di colpi di scena ed altri forse più pigri e lenti, ma intessuti costantemente di inconsuete vicende umane e tante cervellotiche domande. La narrativa schizofrenica di Lost, suddivisa tra presente e flashback, entrare ed uscire dall'isola, singhiozzare avanti e indietro nel tempo, ha portato ad un'inevitabile scissione. Due realtà parallele: le vicende dei personaggi sull'isola e al contempo fuori da essa. 

Un po' di delusione è emersa proprio in dirittura d'arrivo quando tutto è sembrato ridursi ad un semplicistico scontro tra il bene e il male per la protezione o la distruzione del "Santo Graal" in questione ma il racconto ha saputo toccare corde immensamente più elevate in un apice commovente aperto all'interpretazione di ciascuno. 

E guai a chi si permettesse d'imporre la propria chiave di lettura. L'aspirazione filosofica di Lost è evidente fin dal principio. I personaggi s'interrogano sulle scelte, sul fato, sulla religione, sulla vita e sulla morte. Le risposte alla fine sono arrivate a metà. Com'è giusto che sia. Ogni risposta genera altre domande e quando i quesiti sono eterni ed universali c'è poco da ragionare. 

Un insegnamento soprattutto ci ha lasciato Lost. Giunti ad un bivio, per quanto ci si possa sentire desolati e perduti, bisogna operare una scelta. Ed andare avanti per chiudere il cerchio. Perché, per citare La Torre Nera di Stephen King, "Il ka è una ruota". L'isola un punto di svolta. 

La fine. Ed il principio.


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