Batman è uno dei personaggi della DC che ha subito meno stravolgimenti in seguito al grande reboot del 2011. D'altronde se una cosa funziona è inutile stare lì a cambiarla o a ripensarla. Tutti i fatti salienti della vecchia continuity sono stati conservati nella nuova e Batman Incorporated di Grant Morrison, saga iniziata prima del reboot, ha potuto trovare la sua naturale conclusione. L'unica vera novità all'interno della bat-family è stata il ritorno in campo di Barbara Gordon nei panni di Batgirl.
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lunedì 8 settembre 2014
lunedì 25 aprile 2011
Incontri ravvicinati con questo tipo qua.
Uno dei film che maggiormente aspettavo quest'anno si è rivelato un'amara delusione.
La coppia comica composta da Simon Pegg e Nick Frost ci ha regalato due capolavori quali L'alba dei morti dementi e Hot fuzz, diretti e co-sceneggiati da Edgar Wright, assente stavolta per gli impegni con Scott Pilgrim vs. the world. Un'assenza che pesa come un macigno.
Pegg e Frost sono due nerd inglesi in vacanza in USA che s'imbattono nell'alieno Paul, in fuga dai soliti men in black guidati da Jason Bateman. Paul non è un pacioccone come E.T., bensì un tipo ganzo, politicamente scorretto, intellettualmente onesto e all'avanguardia. L'amico che tutti vorremmo e dovremmo avere. Ne vien fuori la solita fuga on the road durante la quale il terzetto tira su anche una ragazza fissata con la religione che Paul disillude immancabilmente.
La storia è semplicemente scritta male. I personaggi non stanno in piedi, le gag sono mosce, i dialoghi triti e ritriti, c'è la solita sfilza abbastanza gradevole di citazioni da qualsiasi film di fantascienza, Paul è simpatico ma non ha la forza per diventare una nuova icona cinematografica e il finale è banalissimo.
Poca anima e niente idee. Noioso.
lunedì 18 aprile 2011
"Non so volare, mi scaccolo il becco e faccio pipì nella vaschetta degli uccelli."
Blu è un raro pappagallo brasiliano che, da piccolo, per colpa dei contrabbandieri, finisce a fare vita domestica nel Minnesota accudito da un'amorevole padroncina. Un giorno, un ornitologo le chiede di riportare il volatile in Brasile perché si accoppi con una femmina e salvaguardi la specie in via di estinzione. La nuova intromissione dei contrabbandieri, coadiuvati da un pappagallo cattivo, darà il via ad una serie di peripezie complicate dall'incapacità di volare di Blu.
É uno schema narrativo trito e ritrito che abbiamo visto un miliardo di volte. Il protagonista non sa fare una determinata cosa, deve imparare a farla, incontra mille difficoltà e nel momento decisivo ci riesce.
É proprio questo il problema del film. Non dice assolutamente nulla di nuovo per quanto riguarda la storia, le gag o i dialoghi.
Ma la mancanza di originalità è compensata dalla simpatia irresistibile dei personaggi, caratterizzati benissimo, soprattutto da un punto di vista grafico. Il bulldog bavoso, in particolare, vale da solo il prezzo del biglietto, peccato che sia poco presente.
Per il resto il film è una bella cartolina di Rio de Janeiro. La traduzione in italiano è pessima e il doppiaggio appena discreto.
Il volo come metafora di indipendenza e libertà porta ad un epilogo identico a quello di Toy Story 3 ma più scontato e meno commovente.
Si ride senza sganasciarsi.
domenica 17 aprile 2011
"Ho dodici anni da tantissimo tempo."
Remake americano dell'omonimo film svedese del 2008 di Tomas Alfredson tratto dal romanzo di John Ajvide Lindqvist.
Si racconta l'amicizia tra un ragazzino emarginato, vessato dai bulletti della scuola e una giovane vampira, autrice dei consueti delitti che le permettono di sopravvivere, la cui condizione la pone in un ovvio disagio esistenziale.
Il film originale era un capolavoro sulla perdita dell'innocenza ed uno dei migliori film di vampiri degli ultimi anni. Quest'inutile remake all'americana, diretto da Matt Reeves, regista di Cloverfield, sposta l'azione da Stoccolma al Nuovo Messico ed è edulcorato dalle tematiche di pedofilia e scoperta della propria omosessualità riducendosi ad un horror anonimo, con qualche buon momento e un'atmosfera azzeccata, scene splatter in computer grafica scadente ed epilogo involontariamente comico.
Guardatevi l'originale. E, in ogni caso, mille volte meglio questo che un qualsiasi episodio di Twilight.
domenica 3 aprile 2011
Bloccati sulla seggiovia? E allora? Io sono rimasto due notti sullo skilift.
Eh, sì, è quello che capita quando a manovrare la seggiovia ci sono un branco di idioti. I malcapitati di turno sono tre ragazzotti simpatici, il classico gruppo "lui, la sua ragazza e il migliore amico di lui" (e non pensate a corna o triangoli perché non ce n'è).
Dunque, dicevamo, bloccati tutta la notte su un sedile gelato con la bella prospettiva di restarci fino al week-end successivo, quando saranno già belli e morti. Allora che si fa? Saltare giù significa spalmarsi come un formaggino Mio sulla montagna, arrampicarsi lungo i cavi taglienti si rischia di finire affettati come un salamino Beretta e intanto la biondina inizia a congelare come un bastoncino Findus (e le scappa pure la pipì). Tanto per restare in tema culinario, gli adorabili lupacchiotti che bazzicano la zona iniziano ad apparecchiare la tavola. A tutto questo aggiungete che la seggiovia è messa insieme con lo sputo e fate un po' voi.
Altro film stile Open water, Buried, World Trade Center o 127 Hours, realistico, trascinante, ritmo sostenuto, non si perde in convenevoli e va dritto alla sostanza. La struttura della pellicola è ben bilanciata. Il rapporto e i dialoghi tra i tre amici risultano autentici, non riservano grossi contrasti ma non tolgono nulla alla tensione, anzi la accentuano. Le dinamiche action sono molto intelligenti, anche se, guardandolo, mi è venuta un'idea alla quale gli sceneggiatori non hanno pensato che avrebbe potuto agevolare la salvezza di uno dei personaggi, ma poco cambia per l'esito finale. Discreto l'epilogo.
I frequentatori della montagna che hanno visto il film ne sono rimasti sconvolti. Io c'ho freddo già sul marciapiede di casa, figuriamoci. Riuscito, divertente e letteralmente agghiacciante.
venerdì 1 aprile 2011
"La cosa interessante degli scettici è che sono sempre alla ricerca di prove. La vera questione è cosa faremmo se le trovassimo."
Altro film recuperato fuori tempo massimo. Sarebbe la classica storia di fede ed esorcismi se non fosse che si prefigge di raccontare una storia vera.
Abbiamo il giovane prete americano che ha preso i voti solo perché nella sua famiglia "o ti mangi 'sta minestra o ti butti dalla finestra", anche perché il papà è Rutger Hauer e fa di mestiere l'impresario di pompe funebri, figuratevi l'allegria. Neanche il tempo di indossare l'abito talare e il giovane prete è già in crisi. Il suo amico e mentore, per toglierselo dalle palle, gli consiglia di diventare esorcista per scoprire la fede facendo a bottigliate con il diavolo.
Il nostro giunge così a Roma per frequentare l'accademia degli esorcisti ocomecavolosichiama, rompendo i coglioni con le sue polemiche da bravo scettico. L'insegnante, per toglierselo pure lui dalle palle, lo manda dal Clint Eastwood degli esorcisti, l'aspersorio più veloce del west, interpretato dal sempre grandissimo Anthony Hopkins. I due hanno i loro bei diverbi sul caso di una ragazza indemoniata, finché l'anziano esorcista non viene posseduto pure lui.
Il film non dice nulla di veramente nuovo ed è un horror senza infamia e senza lode. Girato in modo onesto, per buona parte nella città eterna, con camei di alcuni attorucoli nostrani tra i quali Maria Grazia Cucinotta che recitano in italiano sottotitolati in inglese, ma se vedrete il film doppiato non farà alcuna differenza.
I dialoghi tra esorcista maestro e allievo sono la parte migliore della pellicola, interessanti e scritti bene. Il personaggio femminile, una giornalista che aiuta il protagonista, è completamente inutile. La parte horror è pure buona, convenzionale, mai eccessiva, ben punteggiata e divertente. Il finale è scontato e un po' troppo didascalico.
Si può guardare, soprattutto grazie ad un Hopkins convincente sia come prete che come indemoniato-Hannibal Lecter. Dunque come opera d'intrattenimento può andare, ma se cerca davvero di convincere un ateo come me che i fatti narrati siano reali, tra gente che vomita chiodi, muli demoniaci e telefonate dall'aldilà, francamente resto scettico.
giovedì 31 marzo 2011
"Ognuno di noi ha il potere sui mondi che crea."
Dico io, con tutti i film che vengono realizzati o riconvertiti in un inutile 3-D giusto per far spendere più soldi al pubblico, una volta tanto che una pellicola lo richiederebbe non solo per il coinvolgimento sensoriale ma anche per il concept della storia, si preferisce rimanere al 2-D classico.
In occasione della recensione de La Leggenda dei Guardiani, ho espresso tutta la mia simpatia ed ammirazione per Zack Snyder, regista che si sobbarca sempre compiti ingrati con alterne fortune di critica e pubblico ma che, personalmente, non mi ha mai deluso. Per la prima volta il buon Zack non si cimenta in un remake o in una trasposizione da qualche fumetto o romanzo ma porta sullo schermo un suo script originale.
La giovane Baby Doll viene rinchiusa in manicomio per aver accidentalmente ucciso sua sorella mentre tentava di salvarla dal patrigno, intenzionato ad impossessarsi dell'eredità della moglie defunta. Entro cinque giorni Baby Doll verrà sottoposta a lobotomia. Per sfuggire alla terribile realtà, la ragazza si rifugia in un mondo di fantasia in cui è la nuova ballerina di un postribolo.
Un po' come succedeva con i livelli onirici in Inception, Baby Doll raggiungerà una terza dimensione fantastica (capito perché il 3-D sarebbe stato tematicamente azzeccato?) in cui un vecchio saggio gli fornisce le armi e le direttive per sfuggire alla prigionia.
Così, se nella seconda dimensione si tratta di rubare semplicemente una mappa, una chiave, un accendino e un coltello, nella terza dimensione, Baby Doll e compagne devono affrontare avventure straordinarie, un mix di fantasy, videogames e manga, a partire dall'abbigliamento da lolite scolarette delle ragazze alle ambientazioni e ai nemici dark-fantasy-cyberpunk che citano Matrix, Tarantino, Il Signore degli Anelli e quant'altro, in scene action rutilanti, punteggiate dai classici rallenty che sono il marchio di fabbrica di Snyder.
Il film ha la struttura semplice che deve avere e, quando la trama sembra diventare troppo lineare, arrivano i giusti imprevisti. Il colpo di scena finale poteva essere celato un po' meglio ma l'epilogo è comunque bello tosto.
Si tratta perlopiù di uno spettacolone visivo in netta contrapposizione con le tre ore e mezza cariche di contenuti di Watchmen, terzultimo film di Snyder.
Se un gruppo di ragazze ultrasexy che sparano a qualsiasi cosa non v'interessano, lasciate perdere. A me ha divertito molto. Peccato per il 3-D.
lunedì 28 marzo 2011
"Cre-pi Ho-Chi-Minh! Viva il corpo dei marines!"
Io mi domando e dico: ma gli americani ci sono o ci fanno?
Tirare fuori una ruffianata di due ore sui marines, travestita da film di fantascienza, in un momento storico come questo. Il regista ha definito questo film un Black Hawk Down con gli alieni. Eh sì, perché i marines non sparano mica agli esseri umani ma solo ai mostri che vengono dallo spazio a ciularci l'acqua.
Naturalmente la squadra che seguiamo nella lotta per la sopravvivenza attraverso Los Angeles è formata esclusivamente da brava gente, perché, figuriamoci, non esistono marines cattivi. A cominciare dal tenente-sergente-oquellocheè, interpretato da Aaron Eckhart, che è sul punto di ritirarsi e deve rientrare in azione contro l'invasione, il solito stereotipo di veterano che sa a memoria i numeri delle medagliette degli uomini che ha perso in battaglia e deve sempre optare tra la decisione giusta e quella meno giusta, mai quella sbagliata.
Poi c'è il tizio che sta per sposarsi, quello con la moglie incinta, quello che va sempre al cimitero a trovare il fratello morto in azione e così via. Più tardi si unirà a loro Michelle Rodriguez, che ha fatto l'abbonamento ai ruoli di soldato (che poi questo in particolare sia in netta contraddizione con l'antimilitarismo new-age di Avatar ce ne sbattiamo le ovaie, eh, Michelle?) che ha tre battute, si vede cinque minuti ed è totalmente inutile.
Il film è una sfilza interminabile di: "I marines non si ritirano", "I marines uniti risolvono qualunque cosa", "Ragazzino, tu sei il marine più coraggioso di tutti", "I marines sono bravi, belli e forti", "I marines non torturano i prigionieri di guerra a Guantanamo". "I marines non sparano sui civili inermi". E naturalmente nessuno dice parolacce, nessuno parla di figa e i nostri Capitan America sono pronti a farsi saltare in aria contro il nemico pur di salvare civili e commilitoni.
La parte action è banalissima e, se al posto degli alieni, ci fossero degli iracheni sarebbe la stessa cosa.
Il film uscirà in Italia il 22 aprile. Per favore, boicottate questa puttanata propagandista.
Le americanate mi stanno bene. Gli americanismi no.
lunedì 21 marzo 2011
Ma Giuda Ballerino...
Io non me la prendo mica con chi ha realizzato questa immane puttanata.
Me la prendo con voi, fratelli dylandoghiani.
Con voi che, come me, leggete le storie dell'Indagatore dell'Incubo dal lontano '86.
Voi che, come me, non vi siete persi un albo regolare, uno speciale, un almanacco, un gigante, un maxi, un color fest, un fuoriserie.
Voi che, come me, avete vissuto in pieno il boom del personaggio di Sclavi, gli Horror Fest milanesi, il merchandising e quant'altro.
Me la prendo con voi che, come me, avete capito fin da subito, fin dalle prime foto di produzione, più di un anno fa, che questo film avrebbe fatto cagare e che non c'entrava un cazzo con Dylan Dog.
E tutti insieme, mano nella mano, ci siamo uniti da bravi fratelli a scaracchiare e tirare gesùcristi contro quest'abominio.
Contro il Dylan con la giacca di velluto e le espressioni macho alla Rambo (e lasciamo perdere Brandon Routh che non ha alcuna colpa), contro New Orleans al posto di Londra, contro l'assenza di comprimari e villains del fumetto, contro praticamente un prodotto che di Dylan Dog ha solo il nome.
Tutti incazzati e indignati come armadilli fino ad una settimana dall'uscita del film.
Sì, perché appena sono cominciate ad apparire le locandine con il titolo scritto in quei caratteri che ci piacciono così tanto, appena la tv ha iniziato a trasmettere i trailer, che pure facevano schifo ma alla fine appariva quel dannato titolo con quei fottuti caratteri, ecco che avete iniziato a sbattere la testa contro il muro e vi siete sottoposti ad una rieducazione mentale tipo Arancia Meccanica per dimenticare tutto quanto avevate sentito e letto del film fino a quel momento.
E, come gli zombi di Romero sciamavano nel centro commerciale a metafora del consumismo, voi tutti lì in fila al botteghino a portare soldi ad un film che fino a qualche giorno prima avevate schifato. Peccato che non ci fosse davvero un Dylan, quello vero, a spararvi in testa o, quantomeno, un Dellamorte a piantarvi una pala nel cranio.
Avete visto il film come i morti viventi di Dead Set se ne stavano imbambolati davanti al Grande Fratello, e siete usciti dalla sala tutti sorpresi. "Ma questo film fa schifo e non c'entra un cazzo con Dylan Dog!"
Ma no?!
Ma va?!
Ma chi l'avrebbe mai detto?!
Ma dove cazzo siete stati nell'ultimo anno?! Chiusi davvero in una bara sottoterra nel cimitero di Buffalora?!
Adesso, fedelissimi dylandoghiani che volete tanto bene al caro indagatore e che siete inorriditi davanti a cotanto stupro, se questo film, Dio non voglia, avrà successo e si deciderà, Dio ce ne scampi, di farne un sequel, sapete con chi ve la dovete prendere?
Me la prendo con voi, fratelli dylandoghiani.
Con voi che, come me, leggete le storie dell'Indagatore dell'Incubo dal lontano '86.
Voi che, come me, non vi siete persi un albo regolare, uno speciale, un almanacco, un gigante, un maxi, un color fest, un fuoriserie.
Voi che, come me, avete vissuto in pieno il boom del personaggio di Sclavi, gli Horror Fest milanesi, il merchandising e quant'altro.
Me la prendo con voi che, come me, avete capito fin da subito, fin dalle prime foto di produzione, più di un anno fa, che questo film avrebbe fatto cagare e che non c'entrava un cazzo con Dylan Dog.
E tutti insieme, mano nella mano, ci siamo uniti da bravi fratelli a scaracchiare e tirare gesùcristi contro quest'abominio.
Contro il Dylan con la giacca di velluto e le espressioni macho alla Rambo (e lasciamo perdere Brandon Routh che non ha alcuna colpa), contro New Orleans al posto di Londra, contro l'assenza di comprimari e villains del fumetto, contro praticamente un prodotto che di Dylan Dog ha solo il nome.
Tutti incazzati e indignati come armadilli fino ad una settimana dall'uscita del film.
Sì, perché appena sono cominciate ad apparire le locandine con il titolo scritto in quei caratteri che ci piacciono così tanto, appena la tv ha iniziato a trasmettere i trailer, che pure facevano schifo ma alla fine appariva quel dannato titolo con quei fottuti caratteri, ecco che avete iniziato a sbattere la testa contro il muro e vi siete sottoposti ad una rieducazione mentale tipo Arancia Meccanica per dimenticare tutto quanto avevate sentito e letto del film fino a quel momento.
E, come gli zombi di Romero sciamavano nel centro commerciale a metafora del consumismo, voi tutti lì in fila al botteghino a portare soldi ad un film che fino a qualche giorno prima avevate schifato. Peccato che non ci fosse davvero un Dylan, quello vero, a spararvi in testa o, quantomeno, un Dellamorte a piantarvi una pala nel cranio.
Avete visto il film come i morti viventi di Dead Set se ne stavano imbambolati davanti al Grande Fratello, e siete usciti dalla sala tutti sorpresi. "Ma questo film fa schifo e non c'entra un cazzo con Dylan Dog!"
Ma no?!
Ma va?!
Ma chi l'avrebbe mai detto?!
Ma dove cazzo siete stati nell'ultimo anno?! Chiusi davvero in una bara sottoterra nel cimitero di Buffalora?!
Adesso, fedelissimi dylandoghiani che volete tanto bene al caro indagatore e che siete inorriditi davanti a cotanto stupro, se questo film, Dio non voglia, avrà successo e si deciderà, Dio ce ne scampi, di farne un sequel, sapete con chi ve la dovete prendere?
Ah, naturalmente io il film l'ho scaricato e l'ho visto a sbafo.
E indovinate un po'?
Fa schifo e non c'entra un cazzo con Dylan Dog.
"Lui è un blu!" "Lei è una rossa!" "E io so' rosa. Checcefrega?! So' pure daltonico."
Nella fattispecie, i blu e i rossi sono nani da giardino attraverso i quali viene fatta rivivere la faida tra Montecchi e Capuleti. (Per la cronaca, il rosa è un fenicottero di plastica.) Tra torti, vendette, controvendette e gare di corsa sui tosaerba, ogni tanto vien fuori il morto, anzi, il frantumato. Naturalmente, come vuole la tragedia di Shakespeare, sboccia l'amore tra due giovani delle rispettive fazioni e tutto si complica ulteriormente.
Diretto dallo stesso regista di Shrek 2, non è certo un capolavoro di comicità e originalità. É una storiella semplice, buonista, anche un pizzichino sdolcinata, basata soprattutto sulle gag d'azione e sottolineata dalle canzoni di Elton John. Il doppiaggio italiano è un disastro, con un minestrone stomachevole di tutti i dialetti possibili e immaginabili.
Al contrario dell'opera originale qui c'è l'inevitabile lieto fine ma il messaggio contro l'odio e la disuguaglianza viene trasmesso bene.
Per bambini-ini-ini.
mercoledì 16 marzo 2011
"Sono l'inferno bello che scatenato."
Ho amato questo film fin dal primo trailer e sono contento che il risultato sia stato più che all'altezza. Ad Hollywood il western sembra tornato di moda. Dopo il trionfo de Il Grinta e in attesa di Cowboys & Aliens, seguiamo le vicissitudini di questo camaleonte domestico dalle velleità attoriali che finisce suo malgrado in una cittadina di frontiera attanagliata dalla siccità.
La simpatica contraddizione di cui si fa portatore Rango è il dover conciliare la sua natura di camaleonte, che dovrebbe mimetizzarsi, integrarsi, "centrifugarsi" per usare il termine del film, con la volontà di essere qualcuno, di spiccare, di emergere, che lo porta a fare il mitomane e a spacciarsi per un grande pistolero.
Gore Verbinski, regista della trilogia de I Pirati dei Caraibi, firma un film geniale, originalissimo, eccentrico, impossibile da paragonare a qualunque altra opera, che inanella una sfilza interminabile di gag comiche e visive straordinarie, dialoghi effervescenti e brillanti, un patchwork di citazioni non solo da svariate pellicole western ma anche da capolavori cinematografici di altro genere. Livello d'animazione elevatissimo ed incredibilmente dettagliato, a cura della ILM di George Lucas.
Grande cast di doppiatori, ad iniziare da Johnny Depp nel ruolo del protagonista. Buono anche il doppiaggio italiano (anche se l'onnipresente Pino Insegno inizia a rompere). Altra grande prova di Hans Zimmer in versione Ennio Morricone. Per quanto abbia adorato Toy Story 3, se Rango fosse uscito qualche mese prima, l'esito dell'Oscar per il miglior film d'animazione non sarebbe stato così scontato.
Un capolavoro imperdibile, più per adulti che per bambini.
lunedì 7 marzo 2011
"Cosa succede se si sceglie di esistere solo in un realtà che creiamo noi stessi?"
Russell Crowe ed Elizabeth Banks sono una coppia felicemente sposata e con un figlio. Un giorno lei viene arrestata per omicidio. Tutti sono convinti che sia colpevole (anche il pubblico) e l'unico che si ostina a negare l'evidenza e a non voler credere alle accuse è il marito. Disperato, inizia a pianificare una complicata evasione.
Dirige Paul Haggis, sceneggiatore premio Oscar per Crash oltre che autore di alcuni ottimi script per Eastwood (Million Dollar Baby per dirne uno), degli ultimi due 007 e dell'ultimo Terminator. Qui il film funziona abbastanza bene nella prima parte, barcamenandosi tra il dramma e il thriller, con il protagonista che deve addentrarsi nel mondo della malavita dovendo fare i conti con la sua natura di uomo onesto.
Nella seconda parte la pellicola scade in un action scontato, scopiazzando male Il Fuggitivo, con trovate pretestuose, atteggiamenti poco credibili da parte dei personaggi e risvolti che scadono nella banalità più assoluta distruggendo tutta la struttura impostata nella parte iniziale. E finisce anche per essere troppo lungo.
Timidissima la colonna sonora di Danny Elfman. Il grandissimo Liam Neeson ha solo un cameo e anche Gliviuccia è sprecata
ed è il crimine peggiore.
lunedì 28 febbraio 2011
"Se non mi porti al ballo, ti apro un buco in fronte e ci verso dentro l'acqua bollente."
Il giovanotto protagonista, un capellone secco secco bello e dannato, fa l'autolesionista represso e si rincoglionisce di erba ed heavy-metal rimproverandosi la morte del padre in un incidente stradale. Visto che ha già la ragazza, il nostro rifiuta garbatamente di accompagnare al ballo una delicata fanciulla. Peccato che la dolce disillusa in questione sia sbarellata di brutto con una famigliola stile Non aprite quella porta che sequestra il principe azzurro e lo sottopone a torture di ogni tipo.
Opera tutta australiana, che dal 2009 sta facendo il giro del mondo nei vari festival riscuotendo un bel po' di consensi, non è quel capolavoro di cui si dice e non ha quelle letture e controletture metatestuali che qualche critico ha voluto scovarci per forza in recensioni-sproloqui autocompiacenti da sedicenti filosofi postmodernisti.
Si tratta di un horror-splatter come si deve, puro e semplice, con gag intelligenti e sopra le righe quanto basta, qualche buon pugno nello stomaco, disagi giovanili sviluppati senza smarronare e sottolineati dalle canzoni rock ed heavy metal che punteggiano la pellicola. Qualche digressione un po' pretestuosa ad allungare ed alleggerire il brodo.
Il finale non è quello per cui faccio sempre il tifo ma in questo caso ci sta.
Buono buono.
domenica 27 febbraio 2011
Norton, De Niro, Jovovich. Tutto il resto è noia.
Robert De Niro è Jack, un supervisore per la libertà vigilata che non ha fede in niente, né in Dio, né in se stesso, né tantomeno nel prossimo, un uomo che ha intrappolato la moglie in un matrimonio orribile.
Edward Norton è Stone, il detenuto alla ricerca di un percorso spirituale che tenta di convincerlo di essere cambiato per uscire dal carcere.
Milla Jovovich è Lucetta, la moglie di Stone che circuisce Jack per convincerlo a liberare il marito.
Loro tre sono superbi, intensi e convincenti. La sceneggiatura fa acqua.
Diretto da John Curran, il film è stato un flop clamoroso e comprensibile in USA ed è uscito qualche settimana fa in Italia solo in dvd, costituito da una sfilza di dialoghi che, seppure sorretti da un cast così sontuoso, dopo un'ora iniziano a strapparti qualche sbadiglio tra pretese filosofico-religiose che lasciano il tempo che trovano, un intreccio pigro con qualche risvolto campato per aria, rapporti interpersonali poco credibili ed una risoluzione inefficace.
Debole.
lunedì 7 febbraio 2011
"Il cervello di un Principe sa quello che la bocca fa."
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il Principe Albert, affetto da una grave balbuzie, diviene Re d'Inghilterra suo malgrado. Assistito dalla dolcissima moglie Elizabeth, decide di affidarsi ad un logopedista anticonformista, l'australiano Lionel Logue, che lo spinge a superare le barriere tra le rispettive classi sociali per instaurare con lui un rapporto confidenziale pieno di ostacoli e tirar fuori i traumi e le insicurezze che bloccano la sua capacità di comunicare, di contrastare verbalmente l'inetto fratello maggiore e che lo rendono timido ed irascibile, facendolo sentire terribilmente inadeguato verso la sua carica. Tutto ciò mentre, in Germania, Hitler sbraita la sua sicura oratoria accattivandosi il popolo.
Colin Firth e Geoffrey Rush, nel ruolo rispettivamente del Re e del logopedista, forniscono una prova di altissima recitazione, a tratti dal forte sapore teatrale, e danno vita a dei duetti magnifici interpretando magistralmente la brillante sceneggiatura di David Seidler. Helena Bonham Carter traccia una Elizabeth scritta in modo magnifico, delicata e risoluta al contempo, dotata di un'arguzia ammaliante.
Tom Hooper firma una regia stilisticamente e tecnicamente perfetta, sostenuta da scenografie sontuose che ricostruiscono l'ambientazione storica in modo autentico, e sottolineata dall'accompagnamento lirico di Alexandre Desplat.
Un film elegante, avvincente, che racconta l'uomo dietro la figura istituzionale e che ci fa soffrire con lui ad ogni parola tartagliata, simbolo di un paese alla ricerca di una guida in un momento di grande incertezza.
Un assoluto capolavoro. Dodici nomination agli Oscar. La sfida a The Social Network è lanciata.
domenica 6 febbraio 2011
"Voglio solo essere perfetta."
E Natalie Portman lo è davvero perfetta nel ruolo di Nina, una ballerina classica che viene selezionata come protagonista de Il Lago dei Cigni a New York. Ma se il ruolo di Cigno Bianco le calza a pennello, risulta troppo fredda, troppo perfetta appunto, per la metamorfosi nel suo alter ego oscuro, il Cigno Nero. Il coreografo Thomas, interpretato da Vincent Cassel, tenta allora di stimolare la sua parte più emotiva ed intima instaurando con lei un rapporto di sfumato erotismo ad alta tensione.
Mentre il perfezionamento della sua interpretazione inizia ad ossessionarla con conseguenze sia fisiche che mentali, la protagonista proietta il suo lato oscuro nella figura della trasgressiva ed ambigua rivale Lilly, la bellissima e strepitosa Mila Kunis, deve scontrarsi con la madre iperprotettiva ed affrontare Beth, una disturbante Winona Ryder lasciata un po' in disparte, ballerina di cui ha preso il posto e che simboleggia ciò che teme di diventare.
Darren Aronofsky, regista di opere eccellenti come Requiem for a Dream e The Wrestler, firma una regia che potremmo definire dedicata, personalizzata, seguendo dall'inizio alla fine Natalie Portman, ed è un assoluto piacere, in un'atmosfera onirica, allucinata, che pian piano si evolve in uno psico-thriller che non convince del tutto scadendo, nella sua autorialità, in qualche mezzuccio commerciale, tra invenzioni da horror di serie B e qualche scena di sesso gratuita.
Si tratta comunque di una suggestiva metafora dell'opera di Cajkovskij, sottolineata dalle splendide musiche di Clint Mansell e diretta attraverso un'affascinante visione artistica ed estetica, meritevole di cinque nomination all'Oscar tra cui quella a Natalie Portman per un'interpretazione sublime che le è già valsa il Golden Globe e che ripaga da sola il prezzo del biglietto.
venerdì 4 febbraio 2011
Una capricciosa per quattro stagioni.
Titolo del cavolo ma non me ne venivano altri. Le quattro stagioni sono quelle durante le quali si svolge la storia, la capricciosa è naturalmente la protagonista, Tamara Drewe, che torna al paesino natale nella campagna inglese dove si svolge periodicamente un meeting di scrittori.
Brutto anatroccolo da piccola, divenuta da adulta una splendida giornalista di successo, Tamara semina scompiglio tra gli abitanti e scatena la gelosia del suo amore di gioventù, il bel contadino Andy, conquistando prima il batterista di una celebre rock-band e poi un noto scrittore locale, arrogante e adultero.
Tratto dalla graphic novel della britannica Posy Simmonds, è una commedia inglese sull'amore e sul sesso, meno sul mestiere di scrivere che fa da cornice ma non viene approfondito come nell'opera originale. Anche se la storia ruota attorno a Tamara, interpretata da un'ottima Gemma Arterton, si tratta di un'opera corale, sorretta da un bel cast e diretta in modo preciso ed elegante da un autore in gran forma qual è Stephen Frears. L'epilogo può risultare abbastanza prevedibile ma i meccanismi narrativi sono congegnati bene ed oliati a dovere ed il film scivola via che è un piacere.
Io sono riuscito a vederlo con colpevole ritardo. Se non lo trovate più nelle sale, vi consiglio di recuperarlo quando uscirà per l'home-video. Intanto potete leggervi il fumetto. Ne vale la pena.
domenica 30 gennaio 2011
Mai mollare.
Messaggio semplice, forse anche banale, ma che è da sempre l'avvincente filo conduttore dei film sul pugilato, l'unico sport che ha davvero successo sul grande schermo, da Rocky a Cinderella Man passando per Million Dollar Baby. E anche stavolta la vera storia dei due fratellastri Mickey Ward e Dickie Ecklund funziona alla grande meritandosi sette nomination agli Oscar.
Se sono assolutamente meritate le candidature per il miglior film, per la regia ben ritmata, altamente realistica e punteggiata di trovate ironiche di un sorprendente David O'Russell, per il montaggio e la sceneggiatura, è però il cast a sorreggere la pellicola con delle interpretazioni straordinarie.
Christian Bale dà vita alla più grande performance della sua carriera sottoponendosi ad una metamorfosi psicofisica totale per il ruolo di Dickie, ex-pugile devastato dalla droga, combinaguai, ma con un cuore enorme ed una visione sportiva ancora limpida, allenatore negligente del fratello più giovane.
La carriera di Mickey, che ha il volto di Mark Wahlberg, non riesce a decollare e, oscurato dal fratello sciagurato, si ritiene un'eterna delusione. A fargli da manager è invece la madre Alice, un'immensa Melissa Leo che tira fuori tutta la sua grinta di donna iperprotettiva, nevrotica, malata d'amore per i suoi figli ed intollerante verso le intrusioni extrafamiliari nei loro affari sportivi.
Dopo l'ennesima batosta, Mickey prende in considerazione l'idea di staccarsi da loro. Dickie tenta di risolvere la cosa ma finisce per peggiorare la situazione causando un tafferuglio con la polizia che termina col suo ennesimo arresto e con un grave infortunio alla mano per il fratello. Come se non bastasse, un documentario televisivo getta fango sulla loro famiglia.
Proprio quando i due sembrano aver toccato il fondo, però, iniziano a reagire. Mickey ricomincia a combattere sostenuto dall'amore per la barista Charlene, la splendida Amy Adams, che lo invita a riconsiderare la sua situazione tirandosi addosso le ire di Alice per la sua intromissione.
I quattro attori principali sono stati nominati tutti ai Golden Globes con le vittorie di Bale e Melissa Leo che sono effettivamente superiori ai colleghi. Nella cerchia degli Oscar è rimasto fuori solo Wahlberg. Mi preme precisare che Bale è stato nominato come miglior attore "non protagonista" ma, come avrete capito, il film segue la storia di entrambi i fratelli in modo assolutamente equanime.
La vera lotta di Mickey e Dickie sarà contro le incomprensioni e gli egoismi individuali, circondati da una società abituata a puntare il dito e a giudicare il prossimo con troppa leggerezza.
Una vicenda umana, prima ancora che sportiva, tratteggiata con grande sensibilità e sincerità, tesa ad un epilogo che potrà sembrare scontato o buonista ma che, trattandosi di una storia vera, risulta fin troppo straordinario.
lunedì 24 gennaio 2011
Between a rock and a hard place.
Letteralmente Tra una roccia e un posto duro, è il titolo del libro scritto dall'alpinista statunitense Aron Ralston in cui racconta la sua incredibile vicenda e dal quale è tratto questo nuovo film di Danny Boyle, premio Oscar per The Millionaire e regista, tra gli altri, di 28 Giorni Dopo e Trainspotting.
Nel 2003, durante un'escursione solitaria al Canyonlands National Park nello Utah, Ralston precipitò in un crepaccio con un braccio bloccato da una roccia e vi rimase intrappolato per cinque giorni. Come avrete capito siamo dalle parti di film come Buried, World Trade Center o, per chi lo avesse letto, Il Gioco di Gerald di Stephen King.
Ralston è interpretato da uno strepitoso James Franco e il film è stato girato proprio sui luoghi in cui sono avvenuti i fatti. Boyle si dimostra geniale fin dal titolo. Sappiamo già dall'inizio che la prigionia del protagonista durerà 127 ore e man mano che la fine si avvicina sale la tensione per la sua sorte.
La lunghissima e dolorosa lotta di Ralston per la sopravvivenza è fatta di ingegno e forza di volontà ma deve vedersela soprattutto con la solitudine, con pensieri, ricordi e riflessioni sulla propria vita che il regista mostra sullo schermo attraverso vari espedienti componendo un mosaico che porterà il protagonista ad una nuova consapevolezza di sé e del suo destino.
Franco sostiene il personaggio in modo perfetto, sentito, tratteggiandone benissimo l'autoironia e regalando alcune perle di altissima recitazione. L'epilogo sarà il più temuto e doloroso, rappresentato con una tale estrema crudezza da far digrignare i denti allo spettatore.
Non sarà il miglior film di Boyle e sta già spezzando in due la critica ma a me è piaciuto. Trascina fino alla fine, non è mai banale, è introspettivo in modo molto intelligente e il tema sull'essere umano padrone del proprio destino è sviluppato in maniera avvincente.
Inoltre mi ha fatto venir voglia di leggere il libro di Ralston, una vicenda che, al di là del valore del film, merita comunque di essere conosciuta.
domenica 23 gennaio 2011
"Non c'è nulla di gratuito nel mondo, eccetto la grazia di Dio."
Verrebbe da dire: "Finalmente un remake come si deve, che ha un senso artistico oltre che commerciale."
Invece no.
Perché questo non è un rifacimento del film del '69 che valse un Oscar a John Wayne. Si tratta invece di una trasposizione più sincera, soprattutto nel tono, del romanzo originale di Charles Portis. E a curarla sono nientemeno che i fratelli Coen, premi Oscar per Non è un paese per vecchi, che ci presentano il vecchio west attraverso la loro inconfondibile narrativa, popolata di personaggi eccentrici, umorismo nero al limite del surreale, invenzioni di sceneggiatura brillanti e dialoghi vivaci infarciti di aneddoti pittoreschi.
La quattordicenne Mattie Ross vuole ingaggiare un cacciatore di taglie per catturare l'assassino di suo padre. La scelta ricade sul vecchio sceriffo "el Grinta" Cogburn, guercio, alcolizzato, costruito in modo mirabile da un immenso Jeff Bridges in una delle migliori interpretazioni della sua carriera.
Ai due si affianca il texas ranger La Boeuf, interpretato da Matt Damon, che allaccia un complesso rapporto di rivalità con Cogburn venata di un tacito ma percettibile rispetto. Josh Brolin, nel ruolo della loro preda, Tom Chaney, riesce a lasciare il segno pur avendo poco più di un cameo.
La "vera grinta", tuttavia è proprio lei, la piccola Mattie, intepretata da Hailee Steinfeld, esordiente sul grande schermo, che sembra già un'attrice consumata e tiene testa a tutti i mostri sacri che la affiancano.
Diretto con grande equilibrio e intelligenza ed arricchito da una scenografia naturale altamente suggestiva, il film rispetta in pieno tutti gli stilemi dell'epopea western ma è soprattutto un'opera di personaggi, un percorso di intima maturazione e di rapporti umani.
Grandioso.
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